La giusta distanza: il dilemma del porcospino

La giusta distanza: il dilemma del porcospino

il dilemma del porcospino

“Il dilemma del porcospino” è una favola scritta dal filosofo Artur Schopenauer. In psicologia è stata più volte utilizzata come metafora per descrivere l’importanza della “giusta distanza” nelle relazioni sociali.

Incipit

Ho deciso di riproporvi questo articolo, che ho scritto qualche anno fa, arricchendolo con riflessioni riguardanti quanto sta attualmente accadendo in Italia. Tutti, a vario titolo, siamo coinvolti nella diffusione del coronavirus che si sta espandendo, con rapidità in numerosi comuni e regioni. E’ la prima volta che personalmente mi trovo in un clima di agitazione collettiva e di misure di contenimento per arginare un virus. Sappiamo, ormai chiaramente che rischia, se non debitamente controllato, di portare ad una vera pandemia.

La preoccupazione maggiore che sento come professionista non riguarda tanto il virus di per sé, ma le reazioni che le notizie della sua diffusione ha scatenato in alcuni italiani. Molti, presi dalla paura, hanno messo in atto comportamenti contrari al buon senso individuale e collettivo

Lo abbiamo visto recentemente in seguito alla fuga di notizie sulla bozza delle ultime misure di contenimento del Governo. Centinaia di persone scappate, incuranti del danno che hanno così arrecato a sé stessi e ai propri cari.

Entriamo allora nel racconto del filosofo A.Schopenauer.

La favola

In una fredda giornata d’inverno un gruppo di porcospini si rifugia in una grotta e per proteggersi dal freddo si stringono vicini.
Ben presto però sentono le spine reciproche e il dolore li costringe ad allontanarsi l’uno dall’altro.
Quando poi il bisogno di riscaldarsi li porta di nuovo ad avvicinarsi
si pungono di nuovo.
Ripetono più volte questi tentativi, sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non trovano quella moderata distanza reciproca
che rappresenta la migliore posizione, quella giusta distanza che consente loro di scaldarsi e nello stesso tempo di non farsi del male reciprocamente.


I contributi psicologici

Schopenhauer ci racconta questa favola per la prima volta nell’opera “Parerga und Paralipomena”.

In seguito Freud ne parla in “Psicologia delle masse e analisi del’Io per richiamare la modalità attraverso la quale gli esseri umani si comportano reciprocamente.

Infine la ritroviamo in Terapia della Gestalt a partire dall’opera: “Teoria e pratica della Terapia della Gestalt”, di F.Perls, R.F.Hefferline e P.Goodman  per parlare del “confine di contatto”.

Il confine di contatto svolge la funzione di contenere e proteggere l’individuo e al tempo stesso di, permettere l’incontro con l’alterità e il contatto con l’ambiente.

Al di là dei contributi della psicologia che da questa favola hanno preso spunto, questa storia è emblematica della capacità di stare in relazione; una relazione che può essere di coppia, di lavoro, di amicizia, o genericamente sociale.
Attraverso l’esperienza i due porcospini trovano la “giusta distanza”, ovvero la capacità di “abitare” nel loro “life span” (spazio di vita), nel rispetto dello spazio dell’altro senza invaderlo. 

Non equivale quindi alla separazione, ma alla capacità di trovare, all’interno delle relazioni, ciascuno il proprio spazio di vita.

Gli uomini sono come dei porcospini: temono il freddo e cercano la compagnia per riscaldarsi, ma non riescono a stringersi troppo perché altrimenti verrebbero infilzati dagli aculei.
La favola, al tempo stesso, ci spiega che cosa è l’empatia, ovvero la capacità di “sentire l’altro” e quindi la capacità di riconoscersi a vicenda, di comprendere le emozioni altrui.

La favola è l’emblema dei rapporti umani e di come questi si costruiscano su un filo sottile al confine tra se stessi e l’ambiente circostante.

Perché allora ho deciso di riproporlo adesso?

La giusta distanza ai giorni nostri

Due sono le riflessioni che mi sovvengono:

  • C’è sempre più mancanza di empatia che sta dilagando nella nostra società e che noi professionisti, insieme agli educatori e agli insegnanti siamo chiamati ad affrontare. Con questo termine, di origine greca, si intende la capacità di mettersi nei panni dell’altro, qualità che stiamo perdendo in una direzione sempre più egocentrica dove tendenzialmente si pensa a se stessi, senza pensare a quanto un nostro comportamento può avere un impatto significativo e negativo nel prossimo, anche se questo “prossimo” è strettamente legato a noi a vario titolo, sia un parente, un amico, o comunque una persona per noi significativa.
  • C’è l’incapacità di mantenere la giusta distanza: lo vediamo in questi giorni quanto è importante. Non lontano dal significato originale di Schopenauer che descriveva la necessità di mantenere i confini necessari per tenere in piedi una relazione equilibrata, qui ci troviamo nella condizione necessaria di mantenere la distanza che c’è richiesta, non più simbolica, ma concreta (il metro di distanza per non rischiare di contrarre il virus) per tutela propria e altrui.

Cerchiamo allora d’ora in poi di mantenere la distanza necessaria, cerchiamo anche di sforzarci di metterci nei panni dell’altro, soprattutto di coloro che sono più vulnerabili e se abbiamo difficoltà a farlo, chiediamo aiuto. In stato di emergenza le certezze si frantumano e non sempre riusciamo a tirare fuori le nostre risorse, che ora più che mai, sono necessarie.

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